Razional emotiva

martedì, settembre 27, 2005

E' questo il coraggio?

Uno psicologo dovrebbe basare tutto sul soggettivo; in realtà, egli,non lo fa mai se non apparentemente.
Io che fuggo le etichette come veleno, andando dallo psicologo, me ne sono messa una pesante, talmente pesante da scalzare anche tutte le altre.
Chi sei tu? Io sono una depressa autolesiva/autolesionista.
In realtà sono tutto il contrario, dal mio patetico punto di vista.
Chi sono io? Io sono Niente ma è talmente giuda questo niente che mi tradisce ogni mattino, al mio risveglio, e mi ricorda che sono i compiti quotidiani a fare di me tutto tranne che niente.
Il mio niente ha due occhi che sanno guardare oltre i contorni ordinari, ha due orecchie che sanno anche ascoltare senza prevaricazioni. Ha un cuore, uno qualsiasi –sì- ma batte a modo suo: fibrillazione atriale, extrasistoli, tachicardie; non scende mai sotto i cento battiti di vita, perché il cuore del niente cavalca la vita come nessuno sa fare ma in modo violentemente soggettivo e tutti, quasi tutti col cuore del tutto, pensano che sia un cuore morto, sotto i 40 battiti al minuto.
Un depresso non è morto dentro. Oh cazzo, un depresso è più vivo di tutti quelli normali. Un depresso ha certe fulminate di vita e di morte che, mescolandosi disordinatamente, ti fanno toccare i poli opposti nel giro di due minuti: cielo e inferno in uno giro di coda di un cane qualsiasi.
Chi mi ridarà i picchi di euforia e malinconia patologica se prendessi il fatidico prozac o l’affamante deniban.
Ora non è più questione di paura di diventare dipendente della pillolina euforizzante o rasserenante. Ora è banale scelta di cambiarmi come vogliono gli altri oppure no.
La vita, in fondo, è una scelta del suicidio migliore.
O m’ammazzo il corpo o la mente.
La gente accetta più che si muoia dentro, perché –patetici!- l’importante è vivere con un cuore che batte nel petto ma non nell’anima. Che ce ne frega se l’anima e la personalità schianteranno per sempre? L’importante è vivere, l’importante è sopravvivere. Questo è il coraggio…
Questo è il coraggio.
Questo è il coraggio.
Qual è il coraggio?
Questo è il coraggio.
Qual è il coraggio?
Questo è il coraggio.
Ma almeno non chiamatela vita. Non dite: “Avere coraggio significa vivere!”. Abbiate voi il coraggio, anime sane e sante, di dire “Avere coraggio significa sopravvivere”. E dopo che avrete detto questo obbrobrio vi auguro di sopravvivere come farò io per dimostrare di avere coraggio.
Troppo facile avere la vita serena e l’equilibrio consistente nel palmo delle mani e parlare del coraggio altrui o del mio.

Stamattina ho preso,dopo varie indecisioni, lo xeroxat! E’ questo il coraggio?

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    lunedì, settembre 26, 2005

    Dialogo anomalo

    “Chi ti senti di essere?” mi chiede lo psicologo.
    “Niente” rispondo.
    “Impossibile, sforzati un po’ e cerca di trovare qualcosa che possa dirti cosa ti senti di essere”.
    “Niente” insisto.
    ”Se fossi niente non esisteresti”
    “No, dottore, Lei si sbaglia”
    “Perché mi sto sbagliando?”
    ”Perché anche il niente ha la capacitá di esistere. Forse non è, ma esiste!”
    “Non giocare con le parole con me”
    ”Non sto giocando, mi sto ribellando!”
    “A cosa?”
    “Alla sua domanda alla quale non so rispondere”
    “Tu non vuoi rispondere…”
    ”Io, invece, vorrei…”
    “Fallo!”
    ”Lo faccio ma lei accetti la mia risposta!!”
    ”Dipende”
    “Inizi a darmi del Lei come faccio io, poi le rispondo”
    “No, diamoci entrambi del Tu”
    ”No, mi perdoni, il tu mi imbarazza”
    “Perché?”
    ”Non lo so, ma avrei la sensazione che lei potrebbe diventarmi uno qualsiasi”
    “Ma io potrei essere uno qualsiasi, in fondo…”
    ”Eh no, lei è lo mio psicologo e tale voglio che rimanga”
    ”E tu anzi Lei è la mia paziente, allora. Ti sembra giusto come termine?”
    ”Sì, anzi adesso so cosa risponderle..”
    “Chi si sente di essere, signora?”
    “La sua paziente”

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    domenica, settembre 25, 2005

    La mia cretinaggine

    Avevo aperto questo blog con tanto entusiasmo ora l’entusiasmo se ne sta andando. Sono fatta così: perdo per strada le cose, gli entusiasmi, la vitalità delle cose nuove che diventano vecchie.
    Però l’unica cosa che mi piace fare in questo periodo è scrivere, ma non voglio più scrivere di questo mio malessere eppure sembra che nella mia vita non ci sia altro da scrivere. Vorrei avere cose da scrivere, cose che vadano al di là della depressione, eppure essa sta occupando tutti i miei spazi ed è questo che mi fa alterare, che mi fa venir voglia di cancellare il blog.
    Sforzati, sforzati, mi dice la mente. La mia mente ubriaca di delusioni, di poco affetto, di incoscienza e di fin troppa coscienza, la mia mente piena d’acqua rosata e di bustine rifocillanti è annoiata. Annoiata.
    Ho voglia di provare un trasporto puro e sincero verso qualcosa o qualcuno e, invece, non mi riesce più niente se non scrivere di questo. Faccio fatica a fare amicizie, ne ho paura. Paura di affezionarmi, terrore di sentirmi delusa, paura di dover dimostrare qualcosa e allora mi chiudo e capita anche qui, in questo blog.
    Non riesco più a commentare i blog che amo leggere (solo 3). Non ci riesco proprio, eppure li leggo con grande slancio, perché li sento come vorrei essere io: vitali, spontanei, intelligenti. Qualcosa mi frena e potrei fare elenchi infiniti per dire cosa mi blocca ma, alla fine, dico solo che non riesco ad aprirmi al prossimo come fa il prossimo. Ci vuole tempo, forse.
    Ci vuole tempo affinché io creda che tutto ciò che dico non sia stupido. Quando, ad esempio, lascio un commento io, subito dopo, provo grande vergogna, come se avessi fatto qualcosa di sbagliato e questa sensazione mi accompagna per lunghi minuti a volte addirittura ore intere. Tra me e me penso che, in quel commento, ci sia l’evidenziatore della mia cretinaggine e mi spavento a morte.
    Io sono cresciuta col marchio della cretina addosso. E con altri marchi terrificanti. E’ il prezzo da pagare ad avere genitori psicopatici.
    No, non erano psicopatici, ma non trovo altra parola per indicare la loro voglia di abbattermi credendo di farmi bene.
    Ricordo un episodio atroce.
    Noi abitavamo a piano terra. Ci fu il periodo del maniaco: un pazzo si divertiva ad alzare le tapparelle altrui in piena notte e guardare dentro le stanze. Fu arrestato dopo poco. L’episodio mi sconvolse moltissimo. Avevo 12 anni. Una notte sentii la tapparella scricchiolare e pensai subito a quel maniaco. Iniziai a urlare e a piangere. Il maniaco non era. Forse era il vento m nonostante questa consapevolezza io non riuscivo a dormire e allora chiesi di dormire con mamma e papà. La reazione fu quella di mettermi in strada, in piena notte, da sola e a forza finché non mi rendessi conto che era il vento che faceva scricchiolare la mia tapparella. Fu tale la paura che mi feci la pipì addosso e l’umiliazione mescolata al terrore fu talmente violenta che ancora oggi, quando ci penso, sento lo stomaco arrivarmi in gola e il cuore battermi fino alla testa.
    Io avrei solo voluto dormire nella loro stanza. Chiedevo troppo?

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    mercoledì, settembre 21, 2005

    Ritornare ad essere donna

    Mi sento di non poter rappresentare alcuna categoria. Mi sento fuori da ogni ruolo e la mia asocialità cresce a dismisura. Sto diventando anche intollerante oltre che paurosa. Non sopporto più niente e nessuno, di conseguenza, non sopporta più me.
    Non sopporto più mio marito che torna a casa all'una per tirarmi un paio di parolacce per poi uscire all'una e quindici.
    Parolacce per quello che ho cucinato, parolacce per il parrucchiere come se io non avessi diritto di andarci, parolacce perché ieri sono stata al telefono quasi un'ora con un amico.
    "Ma perché non te ne vai con lui" mi dice ma non è gelosia, la sua. E' solo cattiveria.
    Ora non so come mai da dopo questa sua apparizione di 15 minuti mi è venuta una sola voglia: non essere più moglie onesta.
    Non ho più voglia di stare al mio posto. Ci sono stata fin troppo e fin troppo sono stata trattata malissimo. Non ho più voglia di comportarmi bene con chi si comporta male, anzi malissimo.
    Le occasioni di "amori extraconiugali" ci sono e ho voglia di cadere in basso o, forse, salire in alto. Devo ritornare ad essere donna. Ho deciso.

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    mercoledì, settembre 14, 2005

    Parole ermetiche

    E’ tardi, talmente tardi da non vedere una luce fuori dalla finestra, nemmeno un saluto dalla luna. Buio totale. Mi sdraio sul mio letto a guardo in su, cercando qualcosa. In realtà non cerco nulla, perché mi spaventa trovare.
    Penso alle cose che ho. Ne ho tante, sì. Tutte maledettamente palpabili come un sedere di donna. Tutte egocentricamente quotidiane, pari al ventesimo giorno di scuola, con uno zaino pesante, dieci libri, una teca e un foglio protocollo per la prima verifica scritta. Sono tante le cose che ho nel mio zaino di scuola, sono belle, sicuramente, ma sono pesanti da trascinare sulle spalle. E poi no, non è vero che sono tutte cose belle, anzi… Alcune sono terribili, talmente tali da averne ancora terrore dopo tanti anni.

    Era una bella stanza: pareti rosate come se fossi una bambolina ben vestita e ben pettinata. Una bambolina sì, come un leone ben pettinato al quale hanno estirpato le unghie per impedirgli di graffiare in una dolce gabbia in ottone con uno scodellone di cibo semi crudo o, forse, semivivo.
    Piano terra per farmi credere di poter scavalcare la finestrella tutti i giorni: mattina e sera, domani o dopodomani. In realtà sarei caduta spezzandomi le caviglie, come minimo. Nel massimo mi sarei spaccata la testa. Non ho rotto né caviglia né testa, in apparenza. La verità è che la mia testa s’è frantumata, invece.
    Mille briciole senza aspirapolvere in giro affinché io potessi ricordare che ero in mille pezzettini, nel contesto ermetico della mia vita, della mia bella vita, piena di cose belle che coprivano, come un piumotto immenso, quelle brutte.Io sono il prodotto di grandi coperture, di grandi giochi a nascondino, di bendature cerebrali per dare giustizia superficiale alle apparenze.
    Io sono un’intelligenza castrata dal rosa, il colore degli ipertesi. Io sono rosa e odio il rosa. Sguazzerei nel blue e mi addormenterei nell’azzurro per risvegliarmi tardi, molto tardi nel giallo trasparente del sole.
    Io vorrei parlare con il mondo a modo mio, senza dare nulla, senza prendere niente. Gli vorrei dire che –sì- mi piace esserci e ci voglio essere, ma rivoglio il colore che tolsero dalle mie pareti tanto tempo fa. Non lo voglio dal mondo. Lo voglio da me. Voglio ricostruirmi la mia casa, con un grande aspirapolvere che non celi nulla ma che spezzi e respiri finalmente ciò che finiva sotto il tappeto della coscienza di chi non mi comprendeva.
    Tappeto indiano in rosso e marroncino, con un disegno nel mezzo: il centro del mondo, credo.

    In quel lettino, stanotte, alla ricerca di una piccola luce, mi sono tuffata lì, al centro del tappeto…E sono diventata aspirapolvere…

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    sabato, settembre 10, 2005

    Incontro nel panico

    In questi giorni ho pianto come una bambina. Non stavo male, avevo solo paura, una paura di non riuscire a controllarmi come di solito faccio.
    Dovevo prendere un'ascensore che si trovava alla fine di un lungo corridoio. Dovevo per forza o mi sarei dovuta fare 8 piani di scale a piedi e il mio fisico, quel giorno, proprio non me lo permetteva. Ho camminato lungo quel corridoio, incrociando molti sguardi, alcuni mostruosi, altri tiepidi, altri indifferenti, un paio molto belli e pensavo "Ancora poco e ci sei!". Non finiva mai. Come negli incubi: si allungava insieme ai battiti del mio cuore e al mio affanno. Si ingrandiva tutto sopra la mia testa e sotto i miei piedi. E mentre tutto si deformava io mi sentivo male, sempre più male ed è stato terribile rendermi conto che, ad un certo punto, se anche avessi voluto tornare indietro, non ce l'avrei fatta perché avevo fatto troppa strada.
    Ho ingoiato e ho continuato fino all'ascensore credo traballando, perché la gente mi guardava in modo strano forse chiedendosi "Quella starà male?".
    Arrivata all'ascensore, ho pigiato il bottoncino e ho iniziato a piangere senza ritegno, come una bambina.
    Un signore tanto carino si é avvicinato e mi ha chiesto "Cos'hai?".
    "Ho paura di non riuscire a tornare indietro" gli ho detto.
    Non so chi fosse quell'uomo, ma certamente si intendeva di panico. Forse lo ha vissuto in prima pelle. Mi ha preso la mano e mi ha accompagnata a destinazione mettendomi una grande calma addosso.
    Non ricordo nemmeno se l'ho ringraziato. Forse penserei di averlo sognato se non fosse che mi é rimasto impresso il suo nome e cognome con il quale si é presentato.
    Tutto questo mi fa pensare che ci sono persone speciali, che sanno guardare oltre le apparenze, che non ridono del male altrui, che non si atteggiano a giudici solo perché loro non stanno male. Continuo a credere, però, che quel signore sia stato gentile con me, perché conosce la sofferenza e continuo ad essere convinta che chi non ha mai sofferto non sa capire chi soffre di depressione.
    Lo cercherò per fare quello che non sono riuscita a fare due giorni fa: ringraziarlo!

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  • at 8:16 PM | 7 comments

    martedì, settembre 06, 2005

    Ho ucciso i gerani

    Quando si rompe qualcosa dentro non si riaggiusta più, inutile illudersi. Si cambia, ci si trasforma e si perde qualcosa di importante. Io, almeno, sento di aver perso qualcosa di importante e ciò che mi fa più male è averlo perso per una catena di scelte sbagliate. Se solo avessi saputo aspettare, se solo fossi stata più forte, oggi avrei tutta un’altra vita.
    La mia vita è stata una catena di domino: è partito il primo pezzo che ha abbattuto tutti gli altri e io, a un certo punto, non ho potuto far altro che guardare, travolta dagli eventi. Uno dietro l’altro.
    La più grande ingiustizia della vita è che non si può tornare indietro. Qualcuno afferma che sia un bene. Beh, quel qualcuno, probabilmente, è un qualcuno soddisfatto di sé. Io non lo sono nemmeno un po’ e non posso sforzarmi per esserlo, è questo il problema. Ci ho provato e ci provo costantemente, ma le mie recite quotidiane sono solo recite, appunto. Il mio star bene è solo passeggero: dura poco. E dovrebbe essere il contrario. Se io avessi una mente “normale” sarebbe il contrario.
    Dio mio, sono cinque anni che vado avanti così, non cinque mesi e non ne posso più di non riuscire a provare qualche emozione bella e sana. Possibile che io sia diventata arida fino a livelli patologici? I miei interessi vanno scemando e le mie rabbie aumentando.
    Avevo comprato, settimane fa, alcune piantine di gerani. Erano così belli… Erano uno spruzzo di colore al mio grigiore.
    All’improvviso ieri sera, li ho trovati di una bellezza insopportabile. Erano lì, sul balconcino, profumati, lucidi, rosso splendente, senza nemmeno una fogliolina ingiallita. Perfetti. Io, al loro contrario sono solo una foglia ingiallita e prossima al rinsecchimento. Non ce l’ho fatta! Più volte ho cercato di ingoiare la mia pulsione pianticida, giuro! Ho provato a pensare ad altro, ho provato ad ascoltare musica, ho cercato di concentrarmi sul telegiornale, su Gioia, sulle belle cose che potrebbero capitarmi anche oggi (la vita è una sorpresa, no?) ma niente di niente. Con mano e rabbia decisa ho sradicato tutto e ho schiacciato i gerani sotto i miei piedi. In quel momento c’ero io sotto i miei piedi. Ho sentito rabbia, malinconia e sensi di colpa tutti avvinghiati tra loro e mi sono sentita lacerare dentro, senza versare una lacrima. Un tonfo bestiale. L’ho sentito. E oggi sono piena di lividi fino alle budella. Singhiozzo senza motivo, quasi a casaccio, con il desiderio di riportare quei gerani indietro, ma non posso. Non ho più i gerani! Li ho ammazzati e tramite loro mi sono picchiata anche le ossa più nascoste, perché il mio atto non era violenza contro i gerani, bensì contro quei gerani che avevo comprato e curato con grande simpatia. Senza farla troppo lunga è stata violenza su me stessa.
    Che stanchezza!

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  • at 9:17 AM | 7 comments